(Blue) per il Sudan

(1)

Ha attanagliato il mio cuore un dolore terribile, pervasivo. Di mio padre che reclama il possesso della mia pelle, che urla invocando pietà.  Di un perdono divino. Di una rahma* che trabocca per raggiungere le vite perdute durante la marcia. Il lutto si è posato nelle vene. Di un Paese che ha sanguinato in ogni angolo, che ha ferito i sogni dei giovani.

Oh mia luce.

Coprili. Con il perdono. Con l’accettazione. Con il fluire gentile della tua grazia. Per ogni addio singhiozzante, immobile. Per ogni risata repressa, incompiuta. Per ogni pallottola che deruba una madre del suo cuore, una casa delle sue gioie. Accetta le anime.

Mia luce.

Queste sono le stagioni violente. L’orribile fatica. Di furia. Di ira. Di rabbia immersa nella disperazione. Nessun riposo ha toccato il cuore, mentre si piega, imprigionato sull’orlo di una sofferenza piangente, dolente alla vista di macchie di sangue in ogni luogo di sepoltura. Non porto con me che preghiere all’imbrunire, oggi. Chiedo in cambio soltanto che le anime vengano accolte.

Dio abbi pietà di loro.

Dio abbi pietà di loro.

(2)

Un’ingiusta mancanza di parole tortura un momento di ferite profonde, circolano immagini di una madre che stringe il figlio dandogli l’addio, che si accascia in ginocchio, che ansima, che geme, impaurita, che combatte nella sua ferma incredulità, che singhiozza con i pugni serrati sul petto, mentre urla e chiede che il tempo cali il suo sipario per sempre.

Cosa c’è da dire?

A un cuore in frantumi, abbandonato dolorosamente a una violenta inondazione di lacrime. Mia madre mi avvolge in un abbraccio, immediatamente, pronuncia preghiere di immersione, risvegliando il fato perché avviluppi la mia vita, attentamente nella sua vigile cura.

Cos’altro c’è da dire?

Le tombe sono stanche di sorreggere le espressioni, i sogni, la musica, che fanno riecheggiare sonoramente la brillante audacia dei giovani. Nessuna pallottola potrà mai far tacere una perdita così potente. Nessuna pallottola farà mai tacere una perdita così potente, rovesciando le ombre crudelmente affamate di una realtà ingiustamente interrotta, imponendo con sicurezza un posto nella storia, assertiva verso un retaggio che sopravvivrà.

Cos’altro c’è da dire?

Rimuovo la fatica delle notti dalle mie ciglia, pronuncio un’unica preghiera di gratitudine; per le estati aperte alla felicità, allo straordinario; cuori e spiriti meravigliosamente uniti, mentre lavorano, danzano, gridano in coro per questa promessa, la dolcezza della compagnia trovata in quella marcia per quella promessa, l’incrollabile, coraggioso impegno per la promessa di domani e tutta quella splendida gloria di chi è giovane per sempre. I mai dimenticati.

(3)

Sudan, una terra in lacrime, ferita, sanguinante, che marcia con incrollabile fiducia al suono forte dei tamburi della sua rivoluzione.

Ogni strada svolge un ruolo rabbioso di determinazione, mentre resiste alla violenza. La crudeltà. La spinta e la forza delle regole degli assassini, l’intimidazione che si trasforma in pallore per la paura, persone opposte che tracciano possibilità illimitate. Audacemente. Attraverso le pagine del domani.

Una voce unita. Una protesta di libertà. Che illuminava le manifestazioni con passione e potenza mentre proteggevano il sogno collettivo di una comunità. Cuori impavidi. Speranzosi. Agguerriti nelle prime linee con un’incredibile resilienza ripiegata sotto strati di persistenza, rinnovando il significato della parola coraggio.

Nulla può infrangere lo spirito del popolo sudanese, il mio popolo, il cui orgoglio da solo si prepara a consumare la carne spudorata di ogni dittatore, che estende le sue avide mani per mettere a tacere un Paese, controllando la forza e la pace nel suo nuovo percorso, determinato a raggiungere il traguardo.

Mi sento così onorata, mai ammanettata dalla disperazione, il mio cuore è ricolmo.

(4)

Tra qualche anno.

Quando mi chiederanno dell’onore. Del vero significato della resilienza, cosa significa dipingere la figura intera di un combattente per la libertà.

Tra qualche anno, quando la mia casa non sarà un impossibile abbraccio; una conversazione abbandonata; schiavizzata tra sospiri che annegano.

Tra qualche anno, quando casa mia sarà una terra di miele, che protegge il terreno dal sole con il calore del blues.

Tra qualche anno, quando la forza straordinaria dei martiri sarà insegnata nell’ora di Storia, quando i nomi e i volti verranno celebrati con fiere campane di vittoria e libertà.

Tra qualche anno, quando la bellezza del Sudan sarà nei dettagli delle persone che si sono unite per sconfiggere la crudeltà e l’ingiustizia, quando quella bellezza sarà una storia narrata dai nostri occhi, la speranza un sonoro testimone contro ogni sfortunato che non è riuscito a dare forma a un discorso finale.

Tra qualche anno, quando parlerò del mio Paese, canterò con il cuore talmente colmo di orgoglio nel riconoscere il lungo cammino di crescita e sacrificio, mormorando canzoni di dolore, felicità e di quell’amore altruista che liberò la nostra casa, il Sudan.

*****

Il titolo della poesia è un riferimento al blu, colore amato da Mohammed Hashim Mattar, giovane ucciso a Khartum il 3 giugno del 2019 dai militari durante un pacifico sit-in di protesta contro il dittatore Omar al-Bashir, e diventato il colore simbolo del movimento. Il termine rimanda anche al blues, genere musicale della nostalgia e della malinconia.

* rahma: pietà

Traduzione di Gaia Resta

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