La preghiera del disperato

Signore, non ne posso più.

Sono stanco di girare in tondo in questa sofferenza interminabile senza mai portare a termine nulla in quest’esistenza.

Signore, non ne posso più.

Nato per caso da una donna che ebbe come solo e unico compagno il dolore, sono stanco di rimanere spettatore di questo eterno cantiere, dove la mia sedia da ospite è sempre occupata.

Sono stanco di trascorrere il tempo a ripercorrere il tempo, stanco di sommare nella sofferenza il senso della mia esistenza,

Stanco di subire da spettatore i tormenti dei senza cibo, dei senza speranze, dei senza voce e dei senza tetto.

Anch’essi per caso venuti a questo misero mondo

Sono stanco

Stanco di tutto

Stanco di niente

Stanco, signore

Se accadesse che un giorno,

non potendo più sostenere la testa ebbra di enigmi senza fine, se un giorno accadesse che fossi stanco di essere stanco…

Vorrei andarmene, andarmene sempre lasciando tutto al caso, verso altri luoghi, altri cieli, sì, solo, perché solo come un intruso sono venuto, e solo me ne voglio andare.

Di ritorni, non ne voglio sapere

Voglio partire

Voglio correre

Correre da nessuna parte

Correre verso il nulla alla ricerca di un oceano di dolcezza, alla ricerca di un oceano di amore.

Che avrei voluto offrire

a tutte quelle creature che da sempre danno vita nel dolore. Signore, voglio andarmene

Spiegami perché una donna dà vita nel dolore e perché un bambino, quest’innocente, deve anch’egli nascere urlando. Voglio andarmene, andarmene partendo da solo, solo.

Vorrei che nel sudario

disteso come durante il mio arrivo indesiderato, mi adagiassero

disteso come durante il mio arrivo indesiderato

Niente pianti

Né lamenti

Né fiori

Solo me ne vorrei andare

come sono venuto

Vorrei che si dicesse

che, solo, è venuto

solo, suo malgrado, ha vissuto

solo, ha deluso

solo, se ne è andato

***

La preghiera del disperato [La prière du désespéré, di Ayeva Falak]
Traduzione di Giovanna Molinelli

 
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