Lei

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Dimmi com’era, lei, bella e dolce.
È vero che sognava una pelle senza ebano?
Dimmi com’era, lei, bella e tenera,
È vero che bramava il candore, la neve vana?

Dimmi, com’era, lei, bella e fiera,
È vero che si vergognava delle sue radici,
Delle sue terre, delle sue culture, delle sue molteplici usanze?
Ma dimmi com’era, lei.

Voleva forse, a ogni costo, trasformarsi,
Rinnovarsi, rimodernarsi,
Fino al punto di affidare la sua dignità, i suoi valori e la sua ricchezza
Al primo che veniva a baciarla

In fondo…
Non invento nulla, ho imparato tutto tra le righe.
Tu sai bene di chi parlo,
Tu, che l’hai conosciuta prima che il suo corpo diventasse il campo dell’Occidente…

Nonno, ho così tante domande che mi fanno male.
Nonno, ci sono così tante illusioni confuse.
Nonno, tua nipote in cerca di storie
Ha sete della vera versione di lei.

Condividi con me il tuo sapere.

Parla di lei, della sua bellezza che fa vacillare l’Occidente,
Del suo splendore, dei suoi popoli vibranti,
Della sua risata incisa nelle conchiglie ancestrali,
Della sua voce, nascosta nelle sue multiformi colline.

Del suo sguardo che fa danzare queste foreste verdi,
Che fa vorticare i fiumi nelle loro profondità,
Che muove il vento per far tremare la terra intera.
Raccontami le sue origini, le sue fondamenta profonde.

Dall’età della pietra scheggiata alla perdita del suo nome,
Dall’età della pietra levigata all’appropriazione del suo corpo,
Fino a quando i suoi figli hanno dimenticato che era una perla.
Lei.

Nonno, ho così tante domande che mi fanno male.
Nonno, ci sono così tante illusioni confuse.
Nonno, tua nipote in cerca di storie
Ha sete della vera versione di lei.

Ma…
Narrami la sua storia, quella vera,
Non le storie prefabbricate,
Delle lezioni truccate o dei libri falsificati.

Quella che si tramanda di bocca in bocca,
Quella che si racconta accanto al fuoco, nel chiarore,
Quella che si vive, che si sente,
Quella che ci lega ai nostri antenati.

Che gli anziani si trasmettevano
Tra uno, due o tre sorsi di mutobe e musululu,
Al ritmo di lulanga, tamburi e firimbi,
Là dove le verità escono dal cuore, senza compromessi.

Dai, bevi…
Bevi un sorso e parlami dei colpi ricevuti
Da parte di quei continenti fratelli,
Delle lacrime che ha versato per spezzare le catene del nulla.
Dei denti che digrignava, serrati per preservare i suoi valori,
Per custodire le sue tradizioni, per difendere il suo emblema,
Della testa alta, che ogni giorno afferma la sua voce:
Nero un giorno, nero per sempre! Black lives matter.

Sù, parlami della grande e bella Africa,
L’Africa nera dal cuore puro,
L’Africa verde dai variegati tesori,
L’Africa che fa vibrare il mondo con le sue potenzialità.

Non parlarmi di quell’Africa a forma di revolver
Tenuta in mano dall’Occidente.
Voglio sapere tutto dell’Africa
Che educa, che plasma, che forgia.

Dell’Africa che costruisce, che ripara, che unisce…
E anche quando tu non ci sarai più,
Voglio custodire, in me, la tua memoria.
Che la tua biblioteca vivente diventi le mie radici.

E che i miei figli sappiano da dove proviene la loro luce divina.
Perché la storia, lei, è così:
Non sceglie lei il suo autore, né il suo creatore di mondi.
Non sceglie lei il suo promotore, né l’artigiano delle parole.

Non sceglie lei l’orafo del verbo, né il narratore di anime,
Perché la storia appartiene a chi la racconta per primo,
A chi plasma la memoria collettiva…
Ma questa storia che mi viene imposta… non è la mia.

È il loro mondo.
Allora ti prego, raccontami la nostra.
Spiegami com’era —

L’Africa.
La nostra.
Quella che rinasce, sopravvive, sempre, ancora e ancora.

Allora…

Nonno, ho così tante domande che mi fanno male.
Nonno, ci sono così tante illusioni confuse.
Nonno, tua nipote in cerca di storie
Ha sete della vera versione di lei.

*****

[Su gentile concessione dell’autrice]

Traduzione di Floriana De Ceglie

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